La mia Venezia

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Questo pezzo l’ho scritto per il libro I Nuovi veneziani di Caterina Falomo.
Oltre al mio pezzo ce ne sono molti altri che vi possono dare una idea di come anche una città come Venezia possa essere letta e vissuta in maniera diversa e spesso al di fuori dei tristi stereotipi che la contraddistinguono.

Raccontare Venezia senza essere banali è un’ardua impresa, è una città in cui gli stereotipi sono così reali e coincidenti con la realtà quotidiana che anche la cronaca più arida rischia di essere pittoresca ed oleografica. Alla fine le cose che uno ama o conosce di questa città sono anche quelli di cui sono fatte le cartoline, gli acquerelli, le poesie, le barzellette o i racconti nostalgici di una città che svanisce.
Essere intrappolati in questa cartolina perenne è la dannazione di questa città e dei suoi abitanti.

Quando ero bambino e abitavo a Treviso, dove la mia famiglia si era trasferita da quando avevo 4 anni, vivevo Venezia come un luogo magico a cui sentivo di appartenere. I racconti di Venezia da parte di mio nonno, mercante di carbone, ultimo esempio di una Venezia mercantile che muoveva navi dai quattro punti cardinali e che colà continuava a vivere e lavorare, le visite ai parenti e quella sensazione di essere nato in un posto speciale hanno sempre condito la mia infanzia di una certa magia e mi hanno sempre fatto sentire ingenuamente, forse, speciale. Per me però non erano le pietre e i palazzi sui canali ma il provenire da una cultura e civiltà coraggiosa, vitale che ha contribuito a forgiare la storia dell’occidente, fatta di mercanti, capitani coraggiosi e astuti che combattevano con i pirati e le avversità, per un bambino queste cose erano suggestioni incredibili che ammantavano la mia città di origine di un alone leggendario.
Quando poi a 13 anni la mia famiglia è tornata a Venezia ho cominciato a vivere la città sotto gli altri aspetti, ad apprezzarne le atmosfere ma anche a rimpiangerne i gravi limiti. Crescendo la sensazione che avevo era che bene o male le strade possibili erano segnate, un giovane che cresce a Venezia, e a Venezia vuole restare, non ha tutte le strade aperte, a differenza di molte altre città tante professioni qui non sono possibili, tante strade richiedono di andarsene. Se questo è accettabile, quasi naturale per un piccolo centro non deve essere tollerabile per la nostra Venezia.
Questa mancanza di prospettive, questa sensazione di essere frenati da una melassa di difficoltà, lentezza e contraddizioni porta i veneziani di oggi ad adattarsi ad un pericoloso stato di perenne insofferenza mista a fatalismo.
Una stasi perenne e stagnante a cui l’hanno purtroppo costretta gli abitanti stessi nell’improbo sforzo di guadagnarsi la pagnotta in un’isola che da mezzo secolo non ha voluto o saputo adattarsi alle mutate condizioni socio-economiche che hanno investito tutto il pianeta. Un’economia cittadina che si è dovuta, voluta, adattare a diventare sussidiaria allo status di città monumento, in perenne, rappezzato decadimento sospeso.

La cosa più crudelmente ironica di tutto è che anche le drammatiche questioni di emergenza della città fanno ormai parte della sua storia, ne intridono le bricole marcite, i masegni consunti e le pietre d’Istria cariate.
A Venezia i muri sbreccati e gli intonaci corrosi così come i suoi problemi sono ormai tristemente parte dell’immagine della città. Ne è paradigmatico lo stupore con cui noi Veneziani si guarda i pochi monumenti restaurati o la sorpresa con cui ogni tanto scopriamo di qualche veneziano che eccelle e arriva alla ribalta nazionale o mondiale, proverbiali eccezioni alla regola del lentissimo e inarrestabile decadimento perenne della città.
Di Venezia sui media si parla se si deve lanciare un allarme o per un evento pittoresco, una città intrappolata in un racconto tragicomico, in un’alternanza di sfarzo e miseria, una città in perenne emergenza.
Da trenta a quarant’anni, sia a livello locale che mondiale, si parla delle stesse cose, l’acqua alta, lo sprofondamento, lo spopolamento, Marghera, il dualismo con la Venezia di terra, il turismo, e da trenta o quarant’anni si continua girare intorno al problema per non voler ammettere che Venezia sta morendo perché ha smesso di volersi evolvere.
Una città in cui si alternano architetture di ogni secolo a parte il nostro, una città in cui non si abbatte più nulla, neanche dei ruderi senza valore storico e in cui a differenza del passato si è smesso di osare o se lo si fa avviene in maniera maldestra o intempestiva come nel caso di recenti costruzioni.

I suoi cittadini sono diventati il maggior freno ad ogni cambiamento, spaventati da ogni progetto o idea e dalle sue conseguenze in una situazione così estrema, schiacciati dalla responsabilità dell’eredità che gli è piovuta addosso e che non sanno sfruttare come volano per nuove idee. Tutto questo in buona fede per molti, soprattutto per i cittadini che non sono nelle stanze del potere o non fanno parte di quelle corporazioni cittadine che in Laguna sono potentissime ma che fuori da questa nostra amatissima città valgono meno di zero. Corporazioni capaci di fare lobby solo per i loro squallidi interessi di bottega e che il resto del territorio guarda con fastidio e sospetto, colpevoli di allontanare da Venezia possibili investimenti dall’esterno per paura di sprofondare nelle sabbie mobili di una politica bizantina, clientelare e di un’economia asfittica e agganciata ad un trend che punta sempre di più alla massa e alla scarsa qualità dell’offerta.

Paradossalmente Venezia, città turistica ahimè ormai per antonomasia, non è stata neppure capace di governare il cambiamento nell’economia del turismo, lo ha subito. Questo è ancor più grave perché il compito dei nostri governanti sarebbe stato quello di programmare e governare questo cambiamento i cui segnali erano ben visibili a tutti. Non ci voleva un think-tank di geni per capire che con l’arrivo sul mercato delle compagnie aeree low-cost e con l’esplosione di Internet la città avrebbe subito un’onda d’urto senza precedenti, ma invece di preparare la città, indirizzarne l’economia e tentare un posizionamento verso l’alto le corporazioni veneziane e i suoi governanti si sono solo occupati di ramazzare quanti più schei arrivavano in laguna senza peraltro reinvestire in un’economia non turistica. Chi aveva alberghi comprava altre case per trasformarle in altri alberghi, chi aveva ristoranti apriva altri ristoranti, senza diversificare e senza costruire per le prossime generazioni un futuro più sicuro, diversificato e tutto sommato più degno per una città come Venezia e divorando metro cubo per metro cubo tutti gli spazi per la residenza e la civiltà veneziana.
Un modo di pensare vecchio, mortifero, sorpassato che vede nel cemento, nelle pietre e non nella creatività e nel terziario avanzato il modo di governare l’economia. Un esempio? Il ponte di Calatrava e il People Mover, sono costati l’incredibile cifra di quasi 40 milioni di euro e hanno a loro modo messo zone della città già sfruttate al limite ancor più sotto pressione e di fatto desertificato altre. Se negli stessi anni impiegati per costruire quelle opere quei soldi fossero stati investiti in un posizionamento di Venezia verso l’alto come immagine turistica o nella creazione di nuova imprenditoria non legata al turismo adesso non ci staremmo leccando le stesse ferite di sempre come ormai facciamo da quarant’anni, poi, una volta affrontato il problema della programmazione economica e turistica della città si poteva pensare anche ai nuovi ponti o altro ma solo dopo essersi presi cura dei fondamentali.
Si poteva anzi, si doveva cambiare, innovare e gestire il cambiamento voluto da altri e invece si è deciso di non fare o meglio di fare altro, male. Chi l’ha governata, con le debite eccezioni, ha rubato il futuro a questa città e ai suoi abitanti a causa della sua miopia e arroganza.
La cosa più dolorosa di Venezia è lo spreco che è avvenuto di occasioni e soprattutto di persone giocato sulla pelle dei cittadini e delle generazioni future.
Venezia grazie all’audace creatività delle generazioni passate è una città unica, un posto senza eguali al mondo.
Ha un enorme potenziale di attrazione non solo per le masse, a cui deve comunque essere democraticamente accessibile, ma anche per svariate tipologie di turisti di altri segmenti che purtroppo oggi la rifuggono per non essere invischiati nell’assurdo minestrone che è l’offerta turistica veneziana attuale.
Volendo tentare un ardito paragone è come se i Veneziani di oggi fossero seduti su un immenso giacimento di petrolio ma invece di trivellarlo, canalizzarlo e investirne i proventi da anni lo lasciano sgorgare incontrollato sul terreno, i più furbi ne raccolgono qualche secchiata e si mettono in tasca qualcosa, gli altri invece si sporcano solo i piedi e vedono la loro città imbrattata e inquinata.
Che dire poi dello spreco di un paio di generazioni di Veneziani, intrappolati tra l’amore struggente per la loro isola e delle condizioni di vita ormai estreme in cui si ritagliano scampoli di normalità come se fossero regali. Avere i geni di mercanti avventurosi, condottieri, carpentieri, esploratori, scienziati, artisti per poi finire a trovare occupazioni quasi esclusivamente legate all’intrattenimento del turismo mordi e fuggi o essere costretti ad andarsene. Questo è il vero spreco, il più triste.
Ovviamente è anche un problema generazionale, siamo una città (una nazione in verità) governata da vecchi, una città in cui vecchi sindaci lanciano la candidatura di altri vecchi sindaci invece di usare il loro carisma per lanciare dei giovani. Ma questo non è colpa dei vecchi, il loro permanere al potere è legittimo, è colpa dei giovani che non hanno il coraggio e forse neanche la voglia di strappare il potere dalle mani grinzose dei loro predecessori. Che generazione è quella che non ha il coraggio di prendere in mano il suo destino ?
Se potessi chiedere un regalo alla mia generazione sarebbe quello di essere migliori, di spezzare questa abitudine gerontocratica, di saltare un turno e fare di tutto perchè siano i loro figli a prendere in mano la città quando saranno maturi.

Io per Venezia nonostante tutto vedo un futuro roseo anche se distante.
Il mondo sta cambiando di nuovo e forse il modello di città Veneziano se opportunamente gestito e aggiornato nel tempo potrebbe intercettare questo cambiamento. Si sta andando verso un palese crollo del sistema del consumismo spinto, dove tutto si deve sfruttare, ogni centimetro quadrato di territorio, ogni secondo della giornata a favore di più ricchezza, più consumi, più tutto.
Il sistema attuale e che ci hanno venduto come vincente non funziona, è palese, e nonostante gli sforzi dei cattivi maestri che continuano tracciare nuovi volumi sul territorio invece di gestire meglio quelli esistenti si va verso un altro modello, più sostenibile, l’uomo con i suoi bisogni immateriali tornerà al centro dell’equazione.
In un contesto più umanistico, in un’economia meno legata allo spreco e allo sfruttamento ossessivo di tutto, una Venezia più moderna, pensata per attrarre operatori delle nuove economie, capace di offrire oltre alle pietre più o meno in buono stato anche esperienze coinvolgenti potrebbe trovare una sua collocazione finalmente sincrona con il mondo che la circonda.
Per fare questo ovviamente va ripensata la logistica, l’abitabilità e fruizione di molte zone, nel mondo del futuro la gente vorrà e dovrà spostarsi con facilità e la possibilità di essere altrove per chi sceglie Venezia come residenza va considerata come prioritaria. Ovviamente per far tornare Venezia centrale in un mondo nuovo bisogna agire adesso, prendere decisioni importanti e svincolate dai vecchi, vecchissimi paradigmi dell’economia del “di più”.
E’ insomma arrivato il momento per i veneziani di tornare a fare i veneziani, a intraprendere con coraggio e a scegliere il destino della propria comunità, non a subirlo. Duri i banchi.

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