Tecnologia e Democrazia Partecipata ( da luminosigiorni.it )

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Posto anche sul mio blog un mio intervento che ho recentemente pubblicato su luminosigiorni.it, un blog di approfondimento che vi consiglio vivamente .

Il cambiamento che stiamo vivendo nella fruizione delle informazioni e il loro utilizzo per creare consenso o dissenso intorno a temi politici è figlio delle grandi innovazioni nel campo delle telecomunicazioni che abbiamo vissuto nell’ultimo decennio.

La Democrazia fino a poco tempo fa aveva come peggior nemico il numero, infatti maggiore era l’insieme di persone consorziate in un sistema democratico e il territorio in cui esse risiedevano maggiori erano i livelli ed infrastrutture di rappresentanza e intermediazione tra il singolo e il sistema di governo. Tutto ciò creava innumerevoli colli di bottiglia e amplissimi spazi per “interpretare” e tradire il mandato elettorale in quanto il guinzaglio tra l’elettore e il suo rappresentante era lunghissimo e spesso così lasco da interrompere completamente la catena della fiducia e della responsabilità.

Le nuove tecnologie in senso più generale e tutta la galassia di software abilitanti sul web stanno velocemente riportando il sistema ad una dimensione “tribale” in cui micro e macro gruppi di cittadini si muovono come delle sovra-entità e riescono a fare pressione direttamente e interagire con i livelli più alti delle gerarchie di comando non solo a livello politico ma anche in situazioni di mercato, nei rapporti tra utenti e multinazionali. Le funzioni di socializzazione e condivisione permettono veloci aggregazioni spontanee sui temi più disparati che permettono ai gruppi che si formano di acquisire, rispetto al passato, peso specifico e inerzia in maniera esponenzialmente più veloce permettendo di massimizzare il risultato e amplificare le istanze.

Siamo in un’era in cui una pagina su Facebook con qualche centinaio di migliaia di seguaci può riempire le pagine dei media tradizionali per giorni e lanciare istanze che prima avrebbero richiesto un immenso lavoro di diffusione del messaggio e coordinamento sul territorio per essere prima recepiti dal pubblico e poi ripresi dai media.

La rete con i suoi milioni di occhi, orecchie, telefonini pronti a scattare foto, condividere link e lanciare temi è diventata la grande memoria e l’enorme, ringhioso cane da guardia che sempre di più spaventa una classe politica vigliaccamente adusa a farsi gli affaracci propri conscia che il singolo cittadino poco o nulla poteva contro la cosiddetta casta del potere.

Se il politico di turno si rimangia la parola ci sono centinaia di migliaia di persone pronte a postare l’articolo o video in cui faceva promesse, se solo parcheggia la sua auto blu sulle strisce ci sarà qualche telefonino pronto a postare l’immagine su qualche social network. I media stessi sono completamente estromessi da questo processo e spesso arrivano con enorme ritardo a commentare le “scoperte” della rete che non possono ignorare neanche se scomode.

Il rapporto di forza mediatica si è completamente ribaltato passando da una comunicazione “one to many” ad una “many to many” in cui singoli cittadini con capacità e argomenti riescono ad emergere grazie a strumenti abilitanti una volta impensabili.

La cosa più devastante per chi gestisce il potere è che oltretutto il panorama è così fluido e mutevole che non è neanche possibile gestirlo, una volta si sarebbe potuto pensare di “governare” i media ma in un mondo fatto di galassie di blogger e aggregatori di notizie per ogni nodo che si pilota ne sorgono decine se non centinaia di nuovi che spostano il bersaglio e creano nuovi spazi di informazione disintermediata.

A questo scenario il sistema risponde in maniera sempre più scomposta addirittura coniando azzardati neologismi come antipolitica, cercando di banalizzare e far passare il concetto che il cittadino che critica il sistema politico sia di fatto portatore di una energia solo distruttiva. Quello che sfugge a questa razza di pigmei della politica è che non può esistere l’antipolitica in quanto fare azioni anche critiche sul sistema è fare politica tanto quanto occupare un posto in parlamento, anzi per usare le parole di Michele Ainis sull’Espresso : “Sarà per questo, per esorcizzare il mostro, che i politici l’hanno chiamato “antipolitica”. Sbagliano: è un’energia tutta politica, quella che ribolle nella società italiana. Sbagliano due volte: ormai la vera antipolitica è la loro.”

Cosa ci riserva il futuro?
A mio modo di vedere nell’immediato, prima che la rete riesca a condensare un suo “pensiero politico” e cominci a formulare proposte di governo, vedremo sempre più aggregazioni su temi trasversali di matrice referendaria e proposte di leggi di iniziativa popolare tese a sgretolare le mura del fortino parlamentare. L’IdV con sagacia sta cavalcando in maniera un po’ rozza ma convinta questo trend e di fatto è anni luce avanti rispetto a tutte le forze di governo ed opposizione che ancora brancolano nel buio e non hanno una strategia per gestire questo nuovo scenario. Il motivo è anche semplice se vogliamo, sia PD che PdL sono delle strutture elefantiache costruite sulle gerarchie e sottili giochi di potere interno in cui ogni proposta che non sia frutto o dell’imperio del  leader o di sottili giochi di corrente non viene neanche presa in considerazione e per questo fanno fatica a seguire i veloci mutamenti di scenario, intercettare i trend e sposare le elaborazioni e le istanze della società civile.

Fonti e suggerimenti di lettura:
L’Espresso | Antipolitica? No, è ribellione.
Informare per Resistere | Antipolitica e partecipazione
Crowdvoice.org
Bruce Sterling | Maneki Neko
Raffaele Calabretta | Doparie, dopo le Primarie
Directdemocracyuk.com

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